Febbre di Jonathan Bazzi

Febbre, uscito per Fandango Libri nel 2019, è il romanzo d’esordio di Jonathan Bazzi.

Si tratta di un’opera autobiografica, nella quale l’autore svela la sua vita fino ad arrivare al giorno in cui cambia tutto: poco più che trentenne, a Jonathan viene una febbre che non sembra voler andare via. Dopo giorni, settimane di ansia, visite mediche e test, emerge la verità: si tratta di HIV. Lui però non si abbatte, è contento di aver scoperto quale sia il problema, perché adesso può affrontarlo.

Come dicevo, però, della sua vita non conosciamo soltanto questa porzione, Bazzi infatti ci racconta tutto dal momento della sua nascita, figlio di due giovani – la madre diciottenne, il padre ventunenne –, “due ragazzi dei cortili delle case popolari che si piacciono ed escono insieme”. Sua madre resta inaspettatamente incinta, ma decide di tenerlo, vuole questo bambino. Dopo la nascita, però, tra i genitori le cose non si mettono bene, così Jonathan cresce un po’ con la madre, un po’ con i nonni, e ogni tanto vede suo padre, con il quale anche da grande non avrà un ottimo rapporto: l’uomo infatti tradisce la madre, dopo la separazione cambia spesso compagna, si sposa quattro volte, e pur volendogli bene non dedicherà mai a suo figlio molte attenzioni. Bazzi cresce quindi con la mamma, che lavora anche più del dovuto per potergli offrire una vita dignitosa. Con gli anni anche lei troverà l’amore, e avrà una figlia.  La madre sarà una presenza costante per lui, gli sarà sempre accanto, specie negli istanti più difficili, quelli dopo la scoperta della malattia.
Jonathan ha un fidanzato, Marius, vivono insieme. Quando scopre di avere l’HIV, crede di averla contratta da lui o, se non è così, ha timore di averlo contagiato. Eppure, quando Marius fa il test, l’esito è negativo. Capita, dicono i medici, non è un caso insolito. Jonathan ha paura che lui scappi, che lo abbandoni come capita a tante altre coppie, ma lui resta, e anzi, il loro legame si rafforza.

Jonathan nasce e cresce a Rozzano, comune a sud di Milano, anche noto con il nomignolo di Rozzangeles. Rozzano è quello che viene definito un luogo difficile, popolato da spacciatori, malviventi, da gente arrivata da ogni regione del sud Italia, dal Marocco, dall’Albania, dalla Romania, trasferitasi lì perché gli affitti sono molto più bassi rispetto a Milano.
La prima crepa tra Rozzano e Jonathan si forma quando lui ha un anno e mezzo circa, sono le quattro del mattino e sua madre sta gridando spaventata perché qualcuno sta cercando, a mani nude, di scardinare a forza la serranda della finestra. Nonostante le grida, le mani non si spaventano, continuano imperterrite, e finché la donna non telefona e chiama soccorsi, quelle non se ne vanno. Non volevano rubare, volevano spaventarli, suo padre era un poliziotto.

Nella nostra via spacciano, girano armi. […] In cantina hanno buttato giù tutti i muri per usarla come deposito della merce rubata. La nostra cantina non esiste più. La nostra, come quella di altri condomini […] è diventata il magazzino dei balordi di Rozzano.

Rozzano viene descritto come un luogo con il quale l’autore ha poco e niente da spartire, un luogo dove gli uomini sono tenuti a crescere con determinate passioni etichettate come maschili, un luogo popolato da gente con una mentalità arretrata, dove se non sei come gli altri vieni preso in giro, figuriamoci se sei gay, ti piace scrivere e metterti le magliette che lasciano l’ombelico scoperto.  Ho apprezzato molto il coraggio che Bazzi ha dimostrato nell’affrontare tutto questo, nel continuare a esprimere se stesso e le sue passioni senza vergogna, nonostante la paura, nonostante le parole di troppo per strada, nonostante l’ignoranza.

Il romanzo, 320 pagine circa, alterna capitoli in cui viene trattata prima l’infanzia e poi l’adolescenza, ad altri nei quali è invece centrale il momento della scoperta della malattia, della debilitazione fisica, dei problemi a essa collegati, della rinascita. Capita poi che a volte l’autore anticipi un momento, un evento, sul quale tornerà qualche pagina più avanti per dargli la giusta importanza.
Attraverso le proprie parole, oggi Bazzi non ha paura di mostrare le sue debolezze, non appare più come il ragazzino che aveva chiesto ai professori di smettere di farlo leggere davanti a tutti perché balbettava e le parole sembravano non voler uscire dalla sua bocca. Grazie a Febbre, è stato finalmente in grado di farci sentire la sua voce, con i suoi racconti di fragilità, di paura, ma anche di coraggio e di speranza.

Lo stile della sua narrazione non appare mai “alto”, nessun parolone, nessuna parola da cercare sul dizionario. Febbre dev’essere in grado di parlare a tutti, e riesce a farlo incredibilmente bene, perché conduce il lettore a ritrovarsi in ciò che dice, lo attira, lo risucchia senza che lui se ne renda conto. È così, infatti, che potrà capitarvi di leggere più di 300 pagine in un paio di giorni, se non in uno solo.
Per queste ragioni vi consiglio di immergervi in questo libro, se non lo avete già fatto, perché sono convinto che meriti il vostro tempo e possa arricchirvi molto più di altre storie.

Sono molto felice di aver avuto l’opportunità di leggere questo libro in collaborazione con teenspaceofficial, progetto di BPER Banca a sostegno del Premio Strega e della cultura, dateci un’occhiata per scoprire di più!

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